Anche pubblicata in Francese, Greco, Inglese, Tedesco e Spagnolo settembre 2018 #11 |
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Buongiono a tutti. Siamo lieti di presentarvi la nuova versione della E-Newsletter coordinata al nostro sito di Yogakshemam. Speriamo che apprezziate tale nuova presentazione, come il nuovo sito. Vi auguriamo buona scoperta. |
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Le interviste di Steve Brandon a Sri T.K. Sribhashyam per Harmony Yoga sono molto istruttive e particolarmente calzanti. Ci permettono di capire meglio come Sri T.K. Sribhashyam mirava il suo insegnamento a seconda delle circostanze, pur mantenendo intatti i valori fondanti del suo insegnamento. Coloro che hanno avuto la fortuna di seguire personalmente il suo insegnamento sanno molto bene che, indipendentemente dall’argomento che Sri. T.K Sribhashyam affrontava, non mancava di fare il collegamento con la vita quotidiana di ognuno e, inoltre aggiungeva o premetteva indicazioni e esercizi pratici a completamento dell’introduzione all’argomento. Segue la risposta di Sri T.K Sribhashyam ad una domanda di Steve Brandon che illustra tale qualità. Come abbiamo già detto, continuiamo a pubblicare gli omaggi a ricordo di Sri T.K. Sribhashyam.Vi auguriamo buona lettura. | | |
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QDomanda di Steve Brandon a Sri T.K. Sribhashyam Pubblicato sul sito web : harmonyyoga.co.uk nel Luglio 2017. Tradotto dall’inglese da Renée Perrone Q : Sono attualmente disponibili molte traduzioni di libri sullo Yoga.I suoi libri hanno il vantaggio di proporre al lettore esercizi pratici. Perché ha tanto insistito, nei suoi libri, sull’aspetto pratico ? R : Perché volevo indicare ai lettori che l’insegnamento indiano non é solo teorico. Ha una base pratica e, proprio per questa ragione, fornisco indicazioni pratiche che possono essere seguite da tutti. Non occorre comprendere intellettualmente. Ci sono aspetti pratici difficili da accettare a causa delle differenze culturali, tuttavia molti possono essere condivisi e messi in pratica da tutti. E’ possibile che ciò dipenda dal fatto che voi studiate la filosofia occidentale, voglio dire, studiate la filosofia dal punto di vista occidentale, in modo teorico e intellettuale, modalità che definirei verbale. Talmente verbale da poterla leggere e apprezzare, pur senza sapere che cosa farne. La filosofia indiana, invece é una filosofia vivente, nel senso che ne potete integrare l’insegnamento con la vostra vita di ogni giorno. I commenti e gli insegnamenti dei nostri maestri spirituali forniscono indicazioni sul modo di mettere in pratica gli insegnamenti filosofici. Nei tre libri, si cerca di equilibrare gli aspetti teorici e le indicazioni pratiche, per consentire ai lettori di rendersi conto che gli obiettivi teorici e pratici possono essere attuati. |
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Una storia d’elefante Omaggio a Sri T.K.Sribhashyam Gabriel Galea Una sera, essendo amico di Claire e Sribhashyam, andai a trovarli ed essi mi trattennero a cena. Ero ancora studente e mio Padre mi aveva offerto uno dei primi viaggi che avevano organizzato per gli allievi di Yogakshemam. Non ero ancor mai andato in India e la cena e l’ambiente conviviale, ci induceva a parlare del famoso viaggio che si stava organizzando. Il profumo dei cibi che cuocevano in cucina ci predisponeva a parlare delle tradizioni culturali che avrei scoperto di là a qualche settimana. Sribhashyam ci raccontò un episodio, parte dei suoi ricordi d’infanzia a Mysore. Nel tempio che frequentava con la sua famiglia si facevano grandi feste in occasione della festività annuale dedicata al Dio. In quell’occasione, un elefante trainava, tutto intorno al tempio, un’immenso carro che trasportava una statua con l’effige del Dio. Era l’elefante del tempio. Viveva là permanentemente e il suo compito principale era trainare ogni anno il carro divino per il luogo sacro. Quell’anno, l’elefante dalla colossale forza che, da decenni, tirava quel carro compiva cent’anni e il cornac decise che era tempo di sostituirlo con un giovane elefante che gli sembrava certamente più vigoroso. Il vecchio elefante avrebbe, comunque, continuato a vivere nel tempio, ma, semplicemente, non sarebbe più stato attaccato al carro per portare il Dio. Quando le celebrazioni ebbero inizio si scelse un giovane elefante per sostituire quello vecchio e quest’ultimo fu assicurato con pesanti catene al pilastro presso il quale aveva trascorso tanti anni. Quando la festa fu al culmine venne aperto il portone dietro al quale si trovava il carro divino. Il vecchio elefante capì che cosa si stava preparando e si mise a barrire con tutta l’anima, strattonanò le catene, si alzò sulle zampe posteriori e, incredibilmente, riuscì a spezzare le pesanti catene che lo imprigionavano, poi si diresse verso il carro che aveva tante volte trainato. Il sacerdote del tempio fu subito chiamato e si decise di affidarsi ancora una volta al vecchio elefante per la celebrazione. L’animale fece onorevolmente il suo dovere trascinando il carro in ogni parte del tempio e offrendo a tutti i partecipanti la visione del Dio. Dopo un ultimo giro del tempio, l’elefante si diresse verso la rimessa che ospitava il carro divino e collassò a terra di colpo rendendo l’ultimo respiro. Dopo una vita dedicata ad un insegnamento di cui ogni allievo ha avuto modo di constatare la grande profondità e l’immenso valore Sribhashyam ha raggiunto il Creatore. Grazie alla moglie, Claire, che tanto l’ha sostenuto nella sua missione, i suoi allievi hanno avuto accesso ad un’autentica saggezza, non una conoscenza solo intellettuale, bensì un sapere ottenuto con pratica ed esperienza. Questa storia d’elefante raccontata da Sribhashyam tanti anni fa’, in un’occasione conviviale mi é tornata alla memoria e il suo valore va molto al di là dell’aneddoto. Lo riporto qui per porgere un omaggio a Claire. |
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L’INFLUSSO DELL’AMBIENTE NELLA VIA DEVOZIONALE Bhakti sūtra di Nārada, sutra 36 e 43 Tratto dai miei appunti presi durante i corsi di Sri T.K. Sribhashyam Mireille HERVE Bhakti significa devozione. Si tratta dell’emozione condivisa con Dio. Il Bhakti sūtra di Nārada, sotto forma di sutra, é un trattato sul percorso della devozione a Dio. Ne espone i principi e le difficoltà. Nārada significa « colui che porta gli uomini verso Dio ». Considerato figlio di Brahma, il creatore, é il « messangero » tra Dio e gli uomini. Sempre associato alla devozione, é il solo ad avere un legame diretto con Dio. Il suo ruolo é indicare il cammino che porta al Supremo, egli insegna agli uomini come andare verso Dio nonostante le difficoltà. Il fondamento dell’insegnamento di Nārada ha le sue radici nella vita quotidiana. Tra le difficoltà che si possono incontrare nella via devozionale c’é l’influenza dell’ambiente. Possiamo esprimere e palesare il valore che attribuiamo alla devozione nel nostro ambiente ? Vi sono ostacoli che impediscono di sostenere la via devozionale in modo costante. Si tratta di ostacoli di varia origine, possono scaturire dall’ambiente sociale, in qualche caso vengono dagli amici, dalle nozioni precedenti – che spesso sono l’ostacolo maggiore - oppure dall’ambiente familiare. Oltre agli ostacoli che scaturiscono dall’ambiente prossimo si aggiungono difficoltà di ordine sociale che ci impediscono di mettere in pratica ciò che é necessario per mantenere la devozione. Malgrado ciò, non si può vivere soli, al di fuori della società, ne siamo, al contrario, dipendenti. Inoltre, non si sa quando e come un ostacolo proveniente dall’ambiente interverrà. Non lo si vede sopraggiungere. Orbene, Nārada ci dice che l’ambiente sostiene la devozione. Perciò, circondarsi, ogni tanto, di persone che condividono le nostre convinzioni ci aiuta a sostenere la devozione. Nel quotidiano, occorre sapersi proteggere affinché il valore devozionale non sia messo in dubbio : occorre, perciò, evitare ciò che potrebbe allontanarci e sostenere, invece, ciò che ci avvicina. Dobbiamo poter evocare Dio in ogni circostanza, in modo costante. Per far ciò, é importante poter evocare la sua forma, le sue qualità, senza introdurre difetti ; se si introduce un difetto, l’immagine scomparirà. Si tratta del principio dell’adorazione che richiede un sostegno da parte dell’ambiente. In occidente, il concetto di devozione tende a diventare intellettuale, mentre, invece, Nārada dice che la devozione deve essere un modo d’essere della vita quotidiana. IL Bhakti yoga parla della devozione in quanto struttura mentale. E’ presente in noi, la si deve sviluppare e conservare, mantenendo l’immagine di Dio nel campo mentale. Perché ciò avvenga, occorre attribuire a Dio qualcosa di inseparabile, che nessun’altro possieda e che ci consente di evocarlo automaticamente. Tuttavia gli ostacoli sono onnipresenti. Le persone che hanno «cattiva» influenza sono presenti intorno a noi. E’ difficile «togliere» dalla nostra vita l’ambiente sfavorevole perché ciò comporterebbe l’annullamento di tutta la vita sociale, il che non si può certo auspicare. Nārada ci dà delle indicazioni.Ci sono due tipi di ambienti circostanti :L’ambiente che condivide gli stessi valori nel campo spirituale : SATSANGHA.L’ambiente che non ci sostiene nella via devozionale : DUS SANGHA. Nella nostra società, Satsangha (unione di persone che condividono gli stessi valori) é importantissimo, e, parallelamente, é difficilissimo liberarsi di Dus sangha. Non solo é anche difficilissimo opporvi resistenza, perché é onnipotente e imperante nella vita di ogni giorno. La prima trappola da evitarsi é quella rappresentata dal desiderio di sensazioni. In effetti, sono i sensi di percezione che attirano verso Dus sangha. Il primo senso di percezione che fa scature l’attrazione é la vista, poi viene il gusto. Davanti ad un buon piatto, per esempio, la stimolazione della saliva é scatenata dalla vista e ci comunica la previsione di un piacere. L’uomo dipende dalla vista e dal gusto, l’alimentare questi sensi allontana da Dio. Per non dipendere dai sensi di percezione occorre saper rinunciare, in un certo momento, a certi piaceri. Abbiamo già l’esperienza di certi desideri, occorre imparare ad essere meno attratti da certi desideri e imparare a non attribuire loro gli stessi valori. Se mi vien presentato un piatto che risveglia un sapore che mi piace molto, delle due l’una : O cedo, Oppure rifiuto. Se cedo a Dus sangha (ambiente che ci allontana dalla via devozionale), perdo il discernimento e metto in dubbio la via spirituale. Quando si é scelta la via spirituale e lo si é fatto con discernimento, sapendo che occorreva rinunciare a certe cose, si é esercitato il discernimento su ciò che é buono oppure non lo é. Invece, quando si perde il discernimento, ci si trova all’inizio dell’autodistruzione. Se non cedo, rischio di perdere il mio legame sociale. Ciò mi darà frustrazione (per non aver rivissuto e risperimentato i propri desideri), una certa delusione e, infine, mi metterà in collera. « Sono privato di quei desideri ed per il fatto di essere sulla via devozionale non ho più le gioie che altri hanno. »Occorre essere attenti a non mettersi in collera con Dio a causa delle nostre debolezze. La frustratione, la delusione, la collera contro chi ci impedisce di avere certi piaceri, non sono visibili, ma sono ben presenti ed é più facile rinunciare a Dio che non rimettersi in discussione. Nelle scelte che dobbiamo fare nella vita quotidiana é importante usare il discernimento per sapere che cosa sia giusto o meno. Discernere il bene dal male é proprio del genere umano, si nasce con questa capacità. Se la si perde, una parte di noi viene distrutta e non si saprà più che cosa é bene e che cosa é male, visto che non si saprà più distinguere. Quando si cede a Dus sangha si perde il discernimento e nasce il desiderio. Il desiderio é l’attaccamento ad un piacere che potrà venire, é nel futuro, nell’esperienza che avrà luogo, e, se non si é coscienti di tale attaccamento e lo si mette in dubbio, ne deriva frustrazione, delusione e perdita di discernimento. Invece, il piacere per la ricerca di Dio é diverso, non può essere paragonato ai piaceri sensoriali. Nella via devozionale vi é un’attesa, quella di incontrare Dio e non si attende allo stesso modo una Gioia non definibile rispetto ad una qualificabile. Se non si consegue questa Gioia, l’assenza di concettualizzazione, e l’assenza di immagine faranno sì che non ci sia frustrazione. Gli ostacoli alla via devozionale sono molti nella nostra società. Gli amici, la famiglia, l’ambiente sociale sono spesso un freno per il devoto. Occorre lavorare sul piano mentale per non lasciarsi influenzare e cedere alle tentazioni dei piaceri offerti dai sensi di percezione. Per poter evitare gli ostacoli occorre coltivare il discernimento e dobbiamo attorniarci, nella misura del possibile, di persone che coltivino gli stessi nostri valori e, soprattutto, occorre perseverare nei nostri sforzi, evocando Dio nel campo mentale nelle azioni di ogni giorno, al fine di sviluppare la devozione. Quest’ultima, se coltivata, profonda e sincera, non deve essere influenzata dall’ambiente. In tal caso, il sentire il nome di Dio ci darà automaticamente la sua immagine nel campo mentale.. |
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